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Le Nuove Libertà


“DIRITTI UMANI: ROM – ZINGARI, NOMADISMO NEL XXI SECOLO”

Il convegno dal titolo “DIRITTI UMANI: ROM – ZINGARI, NOMADISMO NEL XXI SECOLO” che si è tenuto presso la Sede istituzionale della LIDU (P.zza Ara Coeli, 12 Roma) in data 19 giugno, introdotto dal presidente dell’Associazione, Onorevole Alfredo Arpaia, e moderato dal Professor Felice Israel, docente di “Filologia semitica” presso l’Università degli Studi di Genova nonchè Presidente della Commissione Cultura della LIDU, ha visto la partecipazione di tre illustri professori universitari, esperti della materia, ovvero di Ruggero Ferrara, Riccardo Scarpa e Marco Brazzoduro, che hanno relazionato rispettivamente su:

“Tradizione del Nomadismo”;

“Ragioni culturali di una difficile convivenza”;

“Pericolo Rom o Rom in pericolo?”.

Ad aprire il convegno è stato il professor Ruggero Ferrara, il quale ha presentato un’indagine sulle origini e tradizioni dei popoli nomadi.

In primo luogo, Ferrara ha indicato quelle che fin dall’antichità sono state riconosciute come le due distinzioni primarie del genere umano: i popoli sedentari ed i popoli nomadi.

I sedentari erano essenzialmente contadini, uomini dediti all’agricoltura, mentre i nomadi si dedicavano all’allevamento del bestiame.

La medesima distinzione è riscontrabile nella Sacra Bibbia, dove Caino dedica a Dio i frutti della terra, mentre Abele offre in sacrificio i suoi animali.

La relazione è poi proseguita con un excursus storico-religioso sulle origini del popolo ebraico, considerato la stirpe nomade per eccellenza.

Nella Torah ebraica, infatti, viene ribadito un forte rifiuto di certe arti e di certi mestieri propri dei popoli sedentari. Di fatto, poiché l’origine della metallurgia viene fatta risalire ad un discendente di Caino (sedentario), la tradizione ebraica impone che non si possa impiegare il ferro nella costruzione dei luoghi sacri, che le pietre adoperate non siano state tagliate da metalli, ed infine, che perfino la circoncisione venga praticata con un coltello di pietra.

Ferrara ha poi descritto come, nei tempi arcaici, prima dell’introduzione del tornio, l’uso della terracotta fosse un’attività esclusivamente femminile; caratteristica, questa, distintiva delle società nomadi, dove l’uomo si dedicava al bestiame e la donna alla lavorazione della terracotta per creare utensili utili nella vita domestica.

Con l’invenzione del tornio, quello del vasaio divenne un mestiere maschile. Secondo il pensiero tradizionale però, i lavori femminili non potevano essere svolti dagli uomini, pena la sconsacrazione del lavoro stesso.

Così, in alcune civiltà sedentarie l’attività del vasaio venne vista come un’opera dissacrante; addirittura, i vasai vennero segregati in zone marginali delle città, mentre i luoghi da cui si prendeva la terra per “modellare” veniva sconsacrata per sempre. Non a caso il Sinedrio di Gerusalemme ordinò che la salma di Gesu’ di Nazareth fosse inumata nel Campo del Vasaio.

Il professor Ferrara, ha continuato, quindi, definendo le opere dei sedentari come “opere del tempo”, ovvero costruzioni caratterizzate da continuità e stabilità, costruite in spazi circoscritti per durare; mentre le opere nomadi, al contrario, non prevedevano edificazioni durevoli, bensì uno spazio sconfinato che apriva loro un universo di possibilità.

Tutto ciò si manifesta nella distinzione tra il fenomeno di compressione, ad opera del tempo, e quello di espansione, conseguente allo spazio.

Ora, poiché il tempo consuma lo spazio, nell’epoca moderna ci troveremmo di fronte ad un assorbimento di fatto dell’elemento nomade (spazio) da parte di quello sedentario (tempo).

Di più, insomma, in corrispondenza dell’universo simbolico, riferito a Caino e ad Abele, è possibile spiegare su queste basi l’uccisione di Abele (nomade) per mano di Caino (sedentario).

Ferrara ha anche indicato, “a questo punto”, le principali differenze tra il mondo nomade ed il mondo sedentario: il primo caratterizzato da attività legate al mondo animale, che si presenta, non a caso, “mobile”; il secondo, dedito invece ad attività che si concentrano su due regni fissi, quali il regno vegetale e quello minerale.

Inoltre, il popolo nomade rappresenterebbe il proprio universo religioso e folkloristico attraverso simboli sonori (ballo, musica e poesia sono infatti le forme di espressione proprie di questa cultura); i sedentari, al contrario, prediligerebbero simboli visibili (architettura, scultura e pittura).

Altro elemento distintivo delle popolazioni nomadi è individuabile secondo Ferrara nel matriarcato.

Gli zingari, infatti, non eleggono un re, bensì una regina di nome Sara, (dall’ebraico “principessa”), che è anche la loro patrona; inoltre, la loro devozione per la Madre Terra si rivela nel culto della “Madonna Nera” in cui riconoscono l’ humus del terreno.

Il Professore, infine, ha descritto le due diverse tipologie di zingari esistenti: gli zingari orientali (ovvero gli zingari propriamente detti) e gli zingari meridionali, o gitani.

Mentre gli zingari orientali sarebbero prevalentemente candelari e domatori, facilmente riconducibili all’arte circense; i gitani, invece, che si trovano per lo più in Provenza, sarebbero esclusivamente mercanti di cavalli (in questo senso numerose sarebbero le affinità con i Pellerossa americani).

Il professor Ferrara ha infine, concluso affermando che nella fattispecie dei Rom, ci troviamo di fronte ad una civiltà antichissima e con grandi tradizioni perpetuate nei secoli; tradizioni la cui eventuale scomparsa rappresenterebbe un vulnus culturale enorme ed una perdita del tutto ingiustificabile per la nostra civiltà.

Il professor Riccardo Scarpa ha posto al centro della sua argomentazione il seguente quesito: perché attualmente esiste una così grave difficoltà di integrazione del ceppo Rom in Italia? E soprattutto: come si è arrivati all’associazione terminologica fondata sul pregiudizio, tristemente infondato, del “Rom uguale delinquente?”

Per dare una risposta al fenomeno, parte da una descrizione etimologica del termine Zingaro: dal greco (a)thingaroi, ovvero “inafferrabili”.

Già da questa prima considerazione è possibile riscontrare la natura errabonda e sfuggente della popolazione nomade, natura che, proprio a causa di questa sua fondamentale differenza con la cultura occidentale, testimonia la prima grande ragione di diffidenza e timore che la gente e gli Italiani in particolare manifestano nei confronti dei Rom.

A partire dagli anni settanta si è assistito ad una massiccia ed imprevista tendenza della popolazione Rom a stabilirsi nel nostro Paese che, sostanzialmente impreparato per un’adeguata accoglienza, premessa per future e pacifiche integrazioni ed interazioni, si è trovato al centro di ulteriori tensioni, di fatto all’origine dell’attuale ostilità nei confronti di queste popolazioni.

Gli atteggiamenti repressivi e discriminatori verso i Rom hanno fatto sì che, nel 2007, il Consiglio Europeo stilasse un rapporto sul modo in cui la politica italiana ha affrontato il delicato problema.

Quanto emerso è un resoconto assolutamente negativo sulle linee di azione adottate dalle autorità italiane, tanto da condannare il nostro paese per “politica razzista”.

Il Consiglio Europeo contesta, innanzitutto, i metodi “violenti e coercitivi” adottati dalla Polizia italiana, facendo chiaro riferimento alla “brutalità” con cui avvengono gli sgomberi dei campi nomadi ed alla vergognosa ed indebita appropriazione dei loro miseri beni da parte di terzi.

Secondo il professore i Rom vivrebbero queste misure repressive come vere e proprie “dichiarazioni di ostilità” od “atti di guerra”, che li porterebbero a non riconoscere la legittimità dello Stato.

Scarpa ha concluso affermando che questa situazione di micro-conflittualità deve necessariamente e tempestivamente essere affrontata e risolta, a meno che non si voglia incorrere in ulteriori ed irrimediabili peggioramenti dei rapporti.

In questo senso, Scarpa indica quale unica soluzione possibile un nuovo “Schema Romanistico dell’Hospitalitas”, ovvero il procedimento adottato nel Quattrocento da Sigismondo, imperatore del Sacro Romano Impero, nonché re di Boemia e Bulgaria.

Sigismondo, infatti, attraverso lasciapassare o specifici salvacondotti ed affidavit concesse alle popolazioni nomadi libertà di circolazione all’interno dell’Impero, rimandando l’amministrazione della giustizia alle loro stesse autorità.

Lo “Schema Romanistico dell’Hospitalitas” di Sigismondo è ritenuto da Scarpa come modello cui fare riferimento, in quanto rappresenta il primo precedente storicamente riscontrabile teso ad armonizzare i rapporti tra nomadi e sedentari.

Ha chiuso le relazioni il professor Marco Brazzoduro, non solo docente universitario di “Politica sociale” alla Sapienza di Roma, ma anche esperto attivamente e direttamente coinvolto, da oltre vent’anni, nelle problematiche della comunità.

Brazzoduro ha descritto il mondo nomade come un “mondo di mondi”, estremamente variegato, legato da una lingua comune, il Romanes, condivisa da tutte le popolazioni che fanno parte di questo mondo.

Secondo Brazzoduro l’”insicurezza metropolitana”, che prescinde dal fenomeno dei Rom, sfocia costantemente nel bisogno, per così dire storico, di trovare, comunque, un capro espiatorio.

Attualmente sembra che in Italia il capro espiatorio sia stato individuato nei Rom; causa per cui sono ingiustificatamente sorti numerosi, quanto ridicoli, pregiudizi nei loro confronti.

Ad esempio, il luogo comune secondo cui “gli zingari rubano i bambini” non ha alcun riscontro concreto negli archivi giudiziari del nostro Paese.

Non solo, la convinzione che esista presso questa popolazione una vera e propria “cultura del furto” è assolutamente infondata, in quanto non vi è alcuna differenza, anche in termini percentualmente statici, tra l’illegalità Rom e l’illegalità propria del sotto-proletariato italiano: in entrambi i casi, infatti, il movente è il medesimo, vale a dire la necessità di far fronte alla povertà.

Altro punto che caratterizza l’ostilità dei Rom verso il nostro Stato deriva dal modo con cui vengono coattivamente affrontati gli sgomberi dei campi nomadi.

La giustizia italiana imporrebbe che questi non avvenissero di notte, d’in inverno e, soprattutto che avvenissero, solo quando sia già stato previsto il trasferimento in un campo sostitutivo.

Nella realtà dei fatti, invece, come denuncia Brazzoduro, troppe volte queste procedure vengono del tutto ignorate, al punto che lo sgombero assume aspetti sostanzialmente repressivi.

Inoltre, altro indicatore del rifiuto sostanziale che la società italiana riserva ai Rom, è costituito dal fatto che i campi sono sempre isolati nelle zone più squallide e sporche delle aree metropolitane.

Brazzoduro ha infatti sottolineato che se l’integrazione di una popolazione nomade può avvenire anche con atti coercitivi, questa è fisiologicamente possibile solo attraverso strumenti d’incentivazione che stabiliscano e garantiscano un minimo di civile stabilità; in primis la scolarizzazione.

Tra l’altro, occorre notare che il nomadismo attuale, è un fenomeno che in Italia coinvolge solo il 5% di Rom e Sinti e che, secondo le più recenti stime i Rom, al cospetto di ben altre presenze e di ben altre “politiche”, in Francia, Spagna e Germania, sarebbero circa 160-170.000, di cui la metà con cittadinanza italiana. (in Germania ai Rom che intendono integrarsi è, garantita, una casa ed un assegno di sostegno di circa 300,00 euro mensili).

Infine, Brazzoduro ha concluso denunciando il fenomeno degli “invisibili”: ovvero di quei bambini, moltissimi, nati da genitori senza cittadinanza italiana né permesso di soggiorno, impossibilitati a registrare la nascita dei loro figli presso i paesi di origine. Cosa per cui, anche solo per questo motivo, si trovano, ben oltre la difficile condizione che affligge ogni "apolide".

Nella sostanza, infatti, non esistendo formalmente dal punto di vista giuridico, non godono di diritto alcuno.

NOTA: queste pagine sono state curate da Sara Lorenzelli.


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